MISHA SUKYAS, la corda, il ponte e i sassi

MISHA SUKYAS
La corda, il ponte e i sassi

Era la prima volta che venivo a conoscenza di questo chef dal nome impronunciabile. L’avevo visto in televisione durante una puntata di “Chopped” con Gian Marco Tognazzi come presentatore, e la sua personalità insieme ad un originale stile estetico, lo rendevano un personaggio carismatico e meritevole di essere seguito con attenzione. L’autorevolezza che il format televisivo esigeva veniva sempre manifestata con equilibrio, grande competenza e sempre un pizzico di ironia. Da lì a qualche mese il desiderio di poterlo intervistare si avverrò e ora mi trovavo faccia a faccia nel bel mezzo di una cucina milanese e la sua brigata.

 

Qual è la tua personale definizione di eleganza?

L’eleganza legata alle persone spesso conduce a infinite definizioni. Quella legata al cibo ne merita soltanto una: pulizia e sintesi. Nei miei piatti il barocco è ammesso esclusivamente nei sapori. Alla vista una sintesi, quasi un approccio calvinista e mai minimalista; il giusto e nulla di più. Questa è l’eleganza che io intendo e che ha un’unica affinità con quella di un individuo; deve avere sempre un vaffanculo dietro.

 

Qual è oggi lo stile della cucina che crei?

Osservatrice con un vaffanculo.

 

Misha Sukyas

“L’abito fa il monaco” tu cosa ne pensi?

Personalmente preferisco essere giudicato per la mia cucina, non per come mi vesto o altro. Inoltre trovo che l’abito sia spesso discordante da chi lo indossa; in fondo un mio piatto non lo metteresti mai di fianco ad un uomo barbuto e tatuato quale io sono. Richard van Oostenbrugge per esempio, del Bord’Eau di Amsterdam due stelle Michelin, è una persona così introversa che quando ti presentano i suoi piatti pensi che a crearli sia stato qualcun altro. Ciò che non dice da una parte, te lo dice dall’altra, è strepitoso. Trovo che il frutto del nostro lavoro sia a tutti gli effetti un linguaggio che ci aiuta a esprimerci.

 

Secondo te che impatto ha la bellezza sulla performance della tua brigata?

Totale. Se lavorassero nella merda non potrei mai chiedere del cioccolato in cambio. L’ambiente dove si lavora e il contesto che ti circonda condizionano il risultato e anche il tuo comportamento, e lo sporco è un invito a peggiorare la situazione. Lavora nel bello e otterrai del bello.

 

Quali sono gli elementi di un personal branding efficace?
Iconografia del marchio. Un prodotto riconoscibile, non duplicabile da altri, e ripetibile all’infinito.

 

          Ti riferisci alla semplicità?

Mi riferisco alla precisione della tecnica che porta alla riproduzione, facile o difficile che sia. Una ricetta non è niente senza la tecnica che, una volta appresa, può eseguire anche una scimmia ammaestrata. L’importante è avere una base e una propria capacità espressiva; io ti dò il metodo, tu diventerai ricetta.

 

Misha Sukyas

In che modo i tuoi piatti riescono a trasferire bellezza?

Ciascun cliente la riceve in maniera diversa, a volte senza neanche percepirla. Non mi chiedo come verrà interpretato e digerito quello che creo. Io devo avere la libertà mentale di poter agire, insieme al dovere di creare nel miglior modo possibile senza pensare ad una reazione del prossimo. La percezione dei sapori per esempio appartiene a età, origini ed esperienze vissute; ognuno riceve in modo diverso. Ci vorrebbe uno studio antropologico infinito per capire come viene percepito un sapore da una persona.

 

Allora cosa cerchi di trasferire?

Una freschezza che vada oltre il palato. Voglio che quando escono dal ristorante, i miei clienti siano felici e mai pensierosi. La mia cucina deve essere un divertimento ancor prima di gustarla, tutto deve essere un gioco. Se capissi che un mio piatto potrebbe essere l’ennesimo momento serio della giornata del cliente, gli regalerei una corda; un ponte lo troverebbe e di sassi ne è pieno il mondo.

 

Qual è secondo te, l’accessorio che ci permette di personalizzare il nostro stile comportamentale?

Io lo personalizzo con “faccio il cazzo che voglio”. La mia libertà è la cosa più importante: di azione e di pensiero. Il leitmotive è quello di sentirmi bene in ogni momento.

 

Misha Sukyas

 

Quale sarà in futuro lo stile vincente di un chef?

Farsi capire dal cliente. Si è creata troppa distanza tra lui e il cuoco. Personalmente ho cominciato a ridurla con Spyce e l’ho tolta completamente con Puzzle, ma non è abbastanza [ndr: Spyce e Puzzle sono i nomi dei ristoranti da lui creati].

             Oggigiorno il cliente è sempre più conscio di quello che mangia, a volte si sente in grado di insegnare e spesso si aspetta qualcosa che noi non siamo in grado di dare. Mentre dall’altra parte troviamo un professionista sempre più vanitoso e incapace di comunicare.
Bisogna rendere universale il nostro linguaggio e raggiungere il palato di chiunque in maniera più diretta possibile. Perché “Buono” è così in tutte le lingue. Pur rimanendo eclettici e con la propria personalità, trovare quello stile che ci consenta anche di offrire un piatto che rappresenti tutte le influenze del mondo globalizzato. E quelle persone che saranno disposte a uscire per la prima volta dal loro giardino, percepiranno un viaggio fatto di sapori e terre lontane rimanendo nel loro territorio e nella loro zona di confort. Questo sarà lo stile vincente del futuro di ogni chef.

 

 

Saluto Misha la sua brigata e mi avvio verso l’uscita. Per farlo devo percorrere completamente tutta la sala del ristorante che si accinge a essere inaugurato a Milano al più presto. E’ davvero maestoso e guardando incuriosito gli arredi scorgo in un angolo della sala una corda. Sorrido e mentre mi lascio l’edificio alle spalle mi guardo in giro; troverò anche un ponte e dei sassi..?

Dandy E.

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